Dillo in Giro

Divario economico fra nord e sud italia: il capitale sociale di Putnam

Negli ultimi anni si è diffusa nelle scienze sociali un’idea apparentemente molto semplice: le relazioni sociali contano per il nostro benessere.

 

In altri termini, si è fatta strada la convinzione che la propensione e la capacità a cooperare, espressa dai membri di una data società, possano influenzare in modo significativo i caratteri dello sviluppo sociale, economico e politico e che, in generale, la crescita non sia determinata esclusivamente da fattori di carattere economico (quali il capitale umano, fisico, naturale), ma anche dal tessuto sociale e istituzionale. L’autore che è stato l’ispiratore fondamentale di questo ampio dibattito è, senza dubbio, Robert Putnam, professore ad Harvard il “padre spirituale” del capitale sociale.

Putnam decise di intraprendere il primo lavoro di ricerca nell’aprile del 1970, in Italia, con lo scopo di documentare con prove empiriche due assunti fondamentali: le istituzioni forgiano la politica e a loro volta sono forgiate dalla storia. Ma la novità, rispetto a tanti altri studi sullo stesso argomento, è che Putnam prendeva in considerazione un’ipotesi ulteriore, ovvero: «il rendimento reale delle istituzioni è modellato dal contesto sociale all’interno del quale esse operano». Il risultato fu che le regioni del Centro-Nord presentavano un alto rendimento istituzionale, al contrario le regioni del Sud si caratterizzavano per un rendimento piuttosto scarso.

 Da cosa dipendeva il differenziale di rendimento?

Putnam si concentrò su due possibili spiegazioni: la modernità socio-economica e la comunità civica .La comunità civica era basata su «rapporti orizzontali di reciprocità e cooperazione» che erano guidati dall’eguaglianza politica e che tendevano a promuovere la fiducia, l’impegno civile, la tolleranza e la solidarietà. Ancora una volta, il risultato fu di ottenere due tendenze divergenti: da un lato regioni con cittadini che militavano in varie organizzazioni, impegnati politicamente e interessati alle vicende dell’amministrazione locale (seguite attraverso i giornali), dall’altro regioni del sud Italia dove il livello di civismo era bassissimo. Qui i cittadini erano scarsamente coinvolti nella vita associativa e politica della propria regione, leggevano poco (del resto non era neanche particolarmente sviluppata la stampa locale) e quando votavano lo facevano per motivi tutt’altro che civici! I partiti politici italiani, infatti, si erano adattati ai diversi ambienti in cui si trovavano ad operare, con il risultato che nelle regioni meno civiche erano diventati veicoli di clientelismo, basati su rapporti verticali di dipendenza, piuttosto che su legami orizzontali di reciprocità e cooperazione.

Le cause secondo Putnam sono storiche: le differenti tradizioni civiche si erano formate nel 1100, quando la nostra penisola era divisa in due regimi politici consolidati: la monarchia dei normanni al Sud e i comuni al Centro-Nord. Il regno normanno, pur caratterizzandosi nelle sue strutture socio-politiche in base a principi autocratici e per la sua organizzazione gerarchica, si distingueva per la diffusa tolleranza religiosa e per la straordinaria rivalutazione in campo letterario e architettonico della cultura greca, araba, ebrea, latina e italiana. I comuni dell’Italia centro-settentrionale, invece, si presentavano come la maggiore alternativa al feudalesimo, per vari motivi: perché guidati dai principi del repubblicanesimo; perché sorretti da forme di collaborazione orizzontale; per la struttura delle autorità libera ed egualitaria. L’evolversi della vita dei comuni favorì, nei secoli, una crescente partecipazione dei cittadini alla vita politica, attraverso la creazione di corporazioni d’artigiani e commercianti (le famose gilde), nate per assicurare l’assistenza reciproca e altre finalità sociali e occupazionali. A queste si aggiunsero numerose altre organizzazioni locali: vicinanze (associazioni tra vicini di casa), populus (organizzazioni parrocchiali), confraternite (società religiose), consorterie (associazioni create per salvaguardare la sicurezza reciproca). Quando nel Seicento i comuni crollarono a causa del dominio straniero, dei saccheggi, conflitti e pestilenze, gli ideali della comunità civica non furono intaccati laddove le tradizioni repubblicane erano più radicate.

 

Ma perchè il capitale sociale è importante?

Per diverse ragioni: permette ai cittadini di risolvere più facilmente i problemi collettivi; garantisce l’istruzione e il benessere dei bambini; rende i quartieri più sicuri (livelli elevati di capitale sociale si traducono in livelli bassi di criminalità); può influenzare la produttività di un’economia e il rendimento delle istituzioni; «lubrifica gli ingranaggi che permettono alle comunità di progredire senza intoppi»; serve a far confluire le informazioni utili per raggiungere i nostri scopi; ci garantisce una maggiore consapevolezza dell’altro e dei nostri destini incrociati. Il capitale sociale opera anche «attraverso processi psicologici e biologici per migliorare la vita degli individui»: chi ha maggiore capitale sociale reagisce meglio di fronte ai traumi psico-fisici.

 

Nel tempo le teorie di Puttam si sono evolute e grazie all'apporto di James S. Coleman si evidenzia la natura complessa del concetto che può consistere sia nelle caratteristiche specifiche di una certa struttura sociale e sia nelle strategie tese al raggiungimento di fini specifici da parte dei singoli. L’elemento strutturale concerne l’individuo, i suoi scopi, il rapporto interpersonale ed eventuali relazioni interorganizzative. L’azione non è mai solo individualista ma si giustifica in base alle diverse appartenenze sociali in cui essa si manifesta. Ogni individuo è inserito in una molteplicità cerchie sociali, costruite all’interno di tessuti relazionali tendenzialmente chiusi e che spingono verso il loro mantenimento nel tempo. La contrapposizione attuale è fra la concezione olista, dove l’intero è maggiore della somma delle parti, e una visione riconducibile a Pierre Bourdieu e a Mark Granovetter in cui si privilegia il singolo individuo, i suoi scopi personali ed il successo economico della sua azione. Bourdieu sottolinea come la rete dei rapporti interpersonali permetta all’uomo di utilizzare al meglio altre forme di capitale, quali quello economico e quello culturale. Per Granovetter sono i legami deboli che permettono all’individuo di accedere ad informazioni e risorse distanti dalle persone con cui interagisce regolarmente. Si tratta di relazioni informali e saltuarie che si presentano come un ponte indispensabile per l'accesso a posizioni distanti dalle frequentazioni più assidue: «Se dal punto di vista del singolo individuo i legami deboli costituiscono un’importante risorsa per la mobilità volontaria, da un punto di vista più macroscopico risultano svolgere un’importante funzione di coesione sociale. Quando un individuo cambia lavoro, non si sposta soltanto da un reticolo di legami ad un altro, ma stabilisce anche un collegamento tra questi reticoli, che è spesso dello stesso tipo di quello che ha facilitato il suo spostamento. Soprattutto nel caso di specializzazioni professionali e tecniche ben delimitate, e con relativamente pochi membri, la mobilità interaziendale porta all’istituzione di elaborate strutture di legami deboli, che fanno da ponte tra i più coesi aggregati di relazioni che si sviluppano nell’ambito delle specifiche situazioni lavorative. In tal modo le informazioni e le idee fluiscono più facilmente all’interno della particolare professione (speciality), ispirando tra i suoi membri un certo “spirito di comunità” che viene attivato in occasione di riunioni e conventions. È facile infatti ipotizzare che la conseguenza più importante di questi incontri è proprio la preservazione dei legami deboli» (Granovetter M., La forza dei legami deboli, Liguori, Napoli, 1998, p. 134).

 

Fonti:

- capitale sociale: puttman e i suoi critici;

- La forza dei legami debol;

- Legami deboli the-social-mirror.com

 

 

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Persone in conversazione

  • (cinzia)

    idee e pensiero sono la vera competività

  • (luca)

    tutti in germania!!!

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